Gentile Utente,
quello che descrive arriva con molta chiarezza. Sembra che si trovi dentro un conflitto profondo tra parti diverse di sé, tutte legittime ma difficili da far dialogare. Da un lato c’è una parte che cerca realizzazione, identità, riconoscimento (“il lavoro che mi rendeva orgoglioso”), dall’altro una parte che tiene molto ai legami, alla cura, alla famiglia, al senso di responsabilità verso chi ama. Quando queste dimensioni non trovano un equilibrio, è frequente che compaiano proprio vissuti come ansia, rimpianto, senso di colpa e una sensazione di “spegnimento”.
Colpisce che lei dica che già prima della scelta non fosse del tutto convinto. A volte, quando prendiamo decisioni importanti senza sentirle pienamente “nostre”, può restare dentro una sorta di sospensione, come se una parte di noi fosse rimasta indietro a chiedere ascolto. L’ansia, in questo senso, può essere letta non solo come un sintomo, ma come un segnale: qualcosa dentro di lei sta chiedendo di essere pensato meglio, non necessariamente corretto in fretta.
Un punto che sembra centrale è il tema del senso di colpa. È come se si trovasse intrappolato in un’idea implicita, “se scelgo me stesso, danneggio gli altri” oppure “se scelgo gli altri, tradisco me stesso”. Questa polarizzazione spesso irrigidisce molto il pensiero e rende ogni opzione insoddisfacente. Potrebbe essere utile chiedersi: esiste davvero solo questa alternativa così netta? O è possibile costruire nel tempo una soluzione che tenga conto, almeno in parte, di entrambi i bisogni?
Anche il “compromesso” che ipotizza (il pendolarismo) sembra andare in questa direzione, ma nota come subito emergano nuovi dubbi. E questo è comprensibile in quanto quando siamo molto in ansia, la mente tende a cercare la soluzione perfetta che elimini ogni incertezza, ma spesso non esiste. Più che una scelta “giusta”, potrebbe esserci una scelta “sufficientemente buona”, che poi andrà aggiustata strada facendo.
Non si tratta di trovare subito una risposta definitiva, ma di avvicinarsi un po’ di più a ciò che sente autentico per lei.
Infine, consideri che sono passati circa 20 giorni, è un tempo molto breve per metabolizzare un cambiamento così significativo. Il senso di disorientamento iniziale non significa necessariamente che la scelta sia sbagliata, ma che è ancora in corso un processo di adattamento, oppure che alcune parti di lei hanno bisogno di essere ascoltate prima di poter andare avanti.
Se sente che questo “arrovellarsi” continua e la blocca, uno spazio di confronto psicologico potrebbe aiutarla a mettere ordine tra questi diversi livelli (desiderio, dovere, paura, identità), senza dover decidere tutto da solo e subito.
Resto con l’idea che più che una decisione da prendere, in questo momento ci sia una posizione interna da costruire: un modo più integrato di tenere insieme chi è, cosa desidera e le relazioni che per lei contano.
Resto disponibile per ulteriori approfondimenti.
Un caro saluto, dott.ssa Martina Veracini
Psicologa
(Empoli & Online)