Salve, vorrei farvi una domanda. Perché se la vita è definita come un qualcosa di bello, unica e ine
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Salve, vorrei farvi una domanda. Perché se la vita è definita come un qualcosa di bello, unica e inestimabile è fatta in maggioranza di sofferenza, sopportazione e poca felicità? Il senso di ciò qual è?
Questa domanda in realtà per me rappresenta più una definizione di cos'è la vita. Pensiamoci. La felicità (che è soggettiva) non è altro che un qualcosa che ci accade e ci rende felici che può durare a parer mio da pochi secondi a diversi giorni. Invece la sofferenza e la sopportazione risultano essere pressoché costante intrinseche alla felicità stessa, basti pensare alla tristezza che magari arriva quando termina un evento positivo e di cui si è stati felici. Ad esempio prendiamo una persona la cui felicità aumenta nel momento in cui mangia un gelato, ciò lo porta a uno stato di felicità momentaneo che può diventare, finito il gelato, sia soddisfazione per essersi appagato, ma può diventare anche tristezza per averlo finito. Nel caso in cui provi soddisfazione questa non genera felicità, ma nuovi desideri, perché in realtà l’uomo non desidera qualcosa, ma è desiderio, volontà . La soddisfazione finale è solo apparente: il desiderio appagato dà piuttosto luogo a un desiderio nuovo. Questo a cui ho fatto riferimento è un banalissimo esempio di come la vita sia complicata ( e ho tralasciato questioni molto più difficili come le guerre, la fame, le malattie) e come sia fatta di sopportazione e sofferenza.
Questa domanda in realtà per me rappresenta più una definizione di cos'è la vita. Pensiamoci. La felicità (che è soggettiva) non è altro che un qualcosa che ci accade e ci rende felici che può durare a parer mio da pochi secondi a diversi giorni. Invece la sofferenza e la sopportazione risultano essere pressoché costante intrinseche alla felicità stessa, basti pensare alla tristezza che magari arriva quando termina un evento positivo e di cui si è stati felici. Ad esempio prendiamo una persona la cui felicità aumenta nel momento in cui mangia un gelato, ciò lo porta a uno stato di felicità momentaneo che può diventare, finito il gelato, sia soddisfazione per essersi appagato, ma può diventare anche tristezza per averlo finito. Nel caso in cui provi soddisfazione questa non genera felicità, ma nuovi desideri, perché in realtà l’uomo non desidera qualcosa, ma è desiderio, volontà . La soddisfazione finale è solo apparente: il desiderio appagato dà piuttosto luogo a un desiderio nuovo. Questo a cui ho fatto riferimento è un banalissimo esempio di come la vita sia complicata ( e ho tralasciato questioni molto più difficili come le guerre, la fame, le malattie) e come sia fatta di sopportazione e sofferenza.
La felicità, diceva Totó, è fatta di attimi di dimenticanza.
Credo che il percorso di vita non vada misurato in un pre, mesi o anni, ma in trasformazioni… ognuno cerca la propria strada e la propria trasformazione, qualcosa che gli somigli.
In questo percorso l’importante è provare ad essere autentici con se stessi.. è vero la felicità spesso dura poco, un momento e a volte la sofferenza dura più a lungo, ma non perché è un sentimento più forte, ma forse perché spesso si vive di sorrisi, ma si cresce con le lacrime
Credo che il percorso di vita non vada misurato in un pre, mesi o anni, ma in trasformazioni… ognuno cerca la propria strada e la propria trasformazione, qualcosa che gli somigli.
In questo percorso l’importante è provare ad essere autentici con se stessi.. è vero la felicità spesso dura poco, un momento e a volte la sofferenza dura più a lungo, ma non perché è un sentimento più forte, ma forse perché spesso si vive di sorrisi, ma si cresce con le lacrime
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Gentile utente,
Schopernhauer diceva che la vita umana è come un pendolo che oscilla incessantemente tra il dolore e la noia, passando attraverso l'intervallo fugace e per di più illusorio del piacere e della gioia. Un po' come se la felicità consistesse nell'attesa di qualcosa di bello e appagante. Anche Leopardi diceva questo nel suo "Sabato del villaggio", quando afferma che passiamo l'intera settimana ad attendere la domenica per il nostro giorno di riposo, dunque il sabato è il giorno più bello, ma quando la domenica arriva, siamo tristi perché l'indomani è lunedì. Per farla breve, ovviamente. La sua riflessione è interessante e densa di significato ed è pur vero che la felicità è soggettiva. Ma è durevole? Si può essere felici se non si ha mai sofferto? Credo che porsi delle domande di questo tipo e fare delle riflessioni, dei pensieri, sulla propria idea di felicità, sia molto importante. è vero che la felicità si apprezza di più quando si ha sofferto, probabilmente. Si potrebbe aprire un lungo dibattito a riguardo, ma credo che ciò che conti di più siano le ragioni che la portano a riflettere sull'argomento. Com'è la sua storia, quali sono i suoi vissuti, che cosa la rende felice e che cosa invece la rende infelice. Cosa significa per lei essere felice? Che cosa fantastica, che cosa immagina. Partendo dal presupposto che lei pone questa domanda ad una comunità di psicologi e non altrove. Potrebbe essere utile e interessante poterci riflettere insieme, se le va.
Se vuole parlarne, sono disponibile.
Cordialmente,
Dott.ssa Cecilia Bagnoli
Cordialmente,
Schopernhauer diceva che la vita umana è come un pendolo che oscilla incessantemente tra il dolore e la noia, passando attraverso l'intervallo fugace e per di più illusorio del piacere e della gioia. Un po' come se la felicità consistesse nell'attesa di qualcosa di bello e appagante. Anche Leopardi diceva questo nel suo "Sabato del villaggio", quando afferma che passiamo l'intera settimana ad attendere la domenica per il nostro giorno di riposo, dunque il sabato è il giorno più bello, ma quando la domenica arriva, siamo tristi perché l'indomani è lunedì. Per farla breve, ovviamente. La sua riflessione è interessante e densa di significato ed è pur vero che la felicità è soggettiva. Ma è durevole? Si può essere felici se non si ha mai sofferto? Credo che porsi delle domande di questo tipo e fare delle riflessioni, dei pensieri, sulla propria idea di felicità, sia molto importante. è vero che la felicità si apprezza di più quando si ha sofferto, probabilmente. Si potrebbe aprire un lungo dibattito a riguardo, ma credo che ciò che conti di più siano le ragioni che la portano a riflettere sull'argomento. Com'è la sua storia, quali sono i suoi vissuti, che cosa la rende felice e che cosa invece la rende infelice. Cosa significa per lei essere felice? Che cosa fantastica, che cosa immagina. Partendo dal presupposto che lei pone questa domanda ad una comunità di psicologi e non altrove. Potrebbe essere utile e interessante poterci riflettere insieme, se le va.
Se vuole parlarne, sono disponibile.
Cordialmente,
Dott.ssa Cecilia Bagnoli
Cordialmente,
Salve, comprendo che la questione del significato della vita e della predominanza di sofferenza e sfide possa essere un tema profondo e coinvolgente. Il suo ragionamento riflette un approccio filosofico che ha radici in diverse tradizioni di pensiero.
La percezione della vita come un'esperienza intrinsecamente caratterizzata dalla sofferenza, dalla sopportazione e da brevi momenti di felicità è stata oggetto di analisi e discussione in vari ambiti filosofici e psicologici.
La filosofia buddista, ad esempio, ha esplorato il concetto del dolore intrinseco alla vita umana e ha cercato vie per superarlo attraverso la consapevolezza e la comprensione. Allo stesso modo, la psicologia positiva si concentra sulla promozione del benessere psicologico, cercando di identificare elementi che contribuiscano alla felicità e al senso di realizzazione personale.
Nel suo discorso emergono anche concetti legati al desiderio e alla volontà umana, argomenti che hanno interessato filosofi come Arthur Schopenhauer, il quale ha sottolineato il ciclo inesauribile dei desideri come elemento centrale della condizione umana.
Se queste riflessioni stanno influenzando il suo benessere emotivo, potrebbe essere utile esplorarle ulteriormente con uno psicologo o uno psicoterapeuta. Questi professionisti possono aiutare a elaborare pensieri complessi, individuare significati personali e sviluppare strategie per affrontare la sofferenza, cercando la felicità in modo congruente con i suoi valori e le sue aspirazioni. Per qualsiasi altro dubbio o perplessità, resto a sua disposizione, un caro saluto, dott. Daniele D'Amico.
La percezione della vita come un'esperienza intrinsecamente caratterizzata dalla sofferenza, dalla sopportazione e da brevi momenti di felicità è stata oggetto di analisi e discussione in vari ambiti filosofici e psicologici.
La filosofia buddista, ad esempio, ha esplorato il concetto del dolore intrinseco alla vita umana e ha cercato vie per superarlo attraverso la consapevolezza e la comprensione. Allo stesso modo, la psicologia positiva si concentra sulla promozione del benessere psicologico, cercando di identificare elementi che contribuiscano alla felicità e al senso di realizzazione personale.
Nel suo discorso emergono anche concetti legati al desiderio e alla volontà umana, argomenti che hanno interessato filosofi come Arthur Schopenhauer, il quale ha sottolineato il ciclo inesauribile dei desideri come elemento centrale della condizione umana.
Se queste riflessioni stanno influenzando il suo benessere emotivo, potrebbe essere utile esplorarle ulteriormente con uno psicologo o uno psicoterapeuta. Questi professionisti possono aiutare a elaborare pensieri complessi, individuare significati personali e sviluppare strategie per affrontare la sofferenza, cercando la felicità in modo congruente con i suoi valori e le sue aspirazioni. Per qualsiasi altro dubbio o perplessità, resto a sua disposizione, un caro saluto, dott. Daniele D'Amico.
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Le domande che poni sono più di tipo filosofico che non psicologico ma credo sia importante che tu le stia ponendo a noi psicologi, perchè forse stai cercando risposte più profonde e personali che non "risposte universalmente valide". Credo che più che parlare di felicità e sofferenza, entrambe componenti della vita, si possa parlare di "serenità". Forse si può arrivare ad avere una serenità di base, per forza di cose con picchi di felicità e infelicità. Si può lavorare per raggiungere il più possibile questa serenità che ci permetta di goderci un gelato e di accettare che il gelato dopo 5 minuti sarà finito, che ci saranno altri gelati, ma anche che in alcuni momenti potremmo non trovare gelaterie aperte e rimarremo senza, che ci saranno tanti gusti di gelato che abbiamo provato e sono ottimi, tanti che abbiamo provato che sono pessimi e tanti altri gusti di gelato che potremo provare e riprovare, godendoci il momento. Sarebbe interessante capire cosa sia per te la felicità e l'infelicità, cosa possa essere per te la serenità e fare un percorso insieme per capire queste cose e per trovare il tuo modo unico per essere sereno. Un saluto
Buongiorno,
È vero, la vita è complicata e ciò che fa la differenza è il nostro modo di interpretare le cose. Le emozioni, a livello chimico/biologico, durano al massimo qualche minuto... Tutto ciò che proviamo dopo è causato dalla nostra risposta, a livello cognitivo, all'evento e all'emozione da esso causata.
Una persona potrebbe essere a pezzi per la morte di un suo parente, un'altra essere al settimo cielo perché ciò significa ricevere una ricca eredità...
Dott. Marco Cenci
È vero, la vita è complicata e ciò che fa la differenza è il nostro modo di interpretare le cose. Le emozioni, a livello chimico/biologico, durano al massimo qualche minuto... Tutto ciò che proviamo dopo è causato dalla nostra risposta, a livello cognitivo, all'evento e all'emozione da esso causata.
Una persona potrebbe essere a pezzi per la morte di un suo parente, un'altra essere al settimo cielo perché ciò significa ricevere una ricca eredità...
Dott. Marco Cenci
Quale il senso per lei? un caro saluto e a disposizione anche on line nel caso voglia prendersi cura di come queste domande impattino nella sua vita di tutti i giorni. Maria dr. Zaupa
Sul senso della vita e della felicità in particolare si sono esposti numerosi filosofi e molti concordavano con ciò che ha riportato lei. Sarebbe interessante approfondire perché lei si pone certe domande e cosa sia per lei la felicità?
Resto a disposizione
Un saluto Dott.ssa Veronica Guidi
Resto a disposizione
Un saluto Dott.ssa Veronica Guidi
Buongiorno gentile utente.
Provo a farla riflettere sull'argomento proposto in modo diverso.
Lei identifica la "felicità" come un'emozione: pensa alla felicità come la gioia, il divertimento, la soddisfazione momentanea data da uno stimolo esterno e da una rappresentazione interna. Dal suo punto di vista, la felicità è un picco emozionale che per natura dura poco perché genera altri bisogni, gratificazioni aggiuntive e superiori. Un inseguimento senza fine in un contesto solitamente affannoso, triste e demotivante.
In realtà, la felicità non un'emozione, ma un costrutto psicologico definito da diversi elementi tutti ugualmente importanti e necessari.
1) Le emozioni positive: non parliamo solo della gioia e del piacere (come gustare un gelato o fare l'amore); le emozioni positive sono anche l'orgoglio, la speranza, l'apprezzamento della bellezza, lo stupore, la compassione, la gratitudine, la gentilezza. E queste emozioni sono dappertutto, intorno a lei, in questo momento. Bisogna solo imparare a cercarle e riconoscerle, amplificarle e viverle il più possibile.
2) Le attività pienamente coinvolgenti: sono quelle azioni, piccole o grandi, che facciamo con grande partecipazione e impegno, che ci danno soddisfazione intensa. Possono essere attività di svago, come lo sport, la musica, l'arte, la lettura, la recitazione; ma anche attività sostanziali, come il lavoro, cucinare, assistere chi ne ha bisogno, accudire gli animali, eccetera. Se la nostra giornata si riempie di queste attività, avremmo migliorato senz'altro il nostro benessere interiore.
3) I valori e il significato della vita. Lei è certamente una persona che ama riflettere, cercare risposte, indagare il senso della vita. Ed è una cosa bellissima. Non si dia solo risposte negative, però. Ci sono sicuramente valori che per lei sono importanti: la libertà di pensiero e di espressione, per esempio, oppure l'onestà intellettuale, la conoscenza. Poi ci sono anche valori come l'educazione, il rispetto dell'altro, la famiglia, la solidarietà. E altri ancora. Chiedersi quali sono i propri valori significa comportarsi di conseguenza per essere coerenti, per dare senso alla propria esistenza, lasciare una traccia del nostro passaggio. Questo fuoco interiore è una delle facce vere della felicità.
4) Le relazioni positive: ogni aspetto precedente, quindi emozioni positive, attività coinvolgenti e valori personali, hanno ancora più significato se inseriti nel contesto sociale in cui viviamo. Nelle persone importanti che ci circondano c'è molta di quella felicità che lei sta cercando. Nell'amare e nell'essere amati, nella generosità, quella che non ha bisogno di essere ricambiata, nella gratitudine e nella compassione vivono immensi momenti di benessere e felicità. Un contatto amichevole, un discorso sincero, uno sguardo complice, un lavoro frutto di collaborazione, un gioco di squadra: sono tutti esempi di innumerevoli fonti di piccole emozioni positive a cui attingere momento per momento, ogni giorno della nostra vita.
5) La soddisfazione di vita: è l'ultimo aspetto del costrutto della felicità e riguarda la nostra realizzazione personale, ciò per cui ci sentiamo importanti e dove possiamo ottenere traguardi, piccoli o grandi che siano. Realizzarsi nello studio, nel lavoro, nel creare una famiglia, nel fare volontariato, nel viaggiare, nel migliorare la vita degli altri esseri umani o esseri viventi, nel fare politica o comunicazione, nel fare scienza. Ognuno di noi può trovare il suo scopo e inseguirlo con tenacia e passione, rendendo la propria vita densa di significato, una vita densa di felicità.
Questo è il Modello PERMA di Martin Seligman, che io condivido a pieno e che ho voluto descriverle per aiutarla a ridefinire il suo pensiero sulla felicità.
Spero di aver aperto un po' il suo focus sull'argomento e averla incuriosita ad approfondire queste tematiche.
Se vuole, può inviarmi i suoi feedback, sarò lieto di risponderle.
Un caro saluto, Dott. Antonio Cortese
Provo a farla riflettere sull'argomento proposto in modo diverso.
Lei identifica la "felicità" come un'emozione: pensa alla felicità come la gioia, il divertimento, la soddisfazione momentanea data da uno stimolo esterno e da una rappresentazione interna. Dal suo punto di vista, la felicità è un picco emozionale che per natura dura poco perché genera altri bisogni, gratificazioni aggiuntive e superiori. Un inseguimento senza fine in un contesto solitamente affannoso, triste e demotivante.
In realtà, la felicità non un'emozione, ma un costrutto psicologico definito da diversi elementi tutti ugualmente importanti e necessari.
1) Le emozioni positive: non parliamo solo della gioia e del piacere (come gustare un gelato o fare l'amore); le emozioni positive sono anche l'orgoglio, la speranza, l'apprezzamento della bellezza, lo stupore, la compassione, la gratitudine, la gentilezza. E queste emozioni sono dappertutto, intorno a lei, in questo momento. Bisogna solo imparare a cercarle e riconoscerle, amplificarle e viverle il più possibile.
2) Le attività pienamente coinvolgenti: sono quelle azioni, piccole o grandi, che facciamo con grande partecipazione e impegno, che ci danno soddisfazione intensa. Possono essere attività di svago, come lo sport, la musica, l'arte, la lettura, la recitazione; ma anche attività sostanziali, come il lavoro, cucinare, assistere chi ne ha bisogno, accudire gli animali, eccetera. Se la nostra giornata si riempie di queste attività, avremmo migliorato senz'altro il nostro benessere interiore.
3) I valori e il significato della vita. Lei è certamente una persona che ama riflettere, cercare risposte, indagare il senso della vita. Ed è una cosa bellissima. Non si dia solo risposte negative, però. Ci sono sicuramente valori che per lei sono importanti: la libertà di pensiero e di espressione, per esempio, oppure l'onestà intellettuale, la conoscenza. Poi ci sono anche valori come l'educazione, il rispetto dell'altro, la famiglia, la solidarietà. E altri ancora. Chiedersi quali sono i propri valori significa comportarsi di conseguenza per essere coerenti, per dare senso alla propria esistenza, lasciare una traccia del nostro passaggio. Questo fuoco interiore è una delle facce vere della felicità.
4) Le relazioni positive: ogni aspetto precedente, quindi emozioni positive, attività coinvolgenti e valori personali, hanno ancora più significato se inseriti nel contesto sociale in cui viviamo. Nelle persone importanti che ci circondano c'è molta di quella felicità che lei sta cercando. Nell'amare e nell'essere amati, nella generosità, quella che non ha bisogno di essere ricambiata, nella gratitudine e nella compassione vivono immensi momenti di benessere e felicità. Un contatto amichevole, un discorso sincero, uno sguardo complice, un lavoro frutto di collaborazione, un gioco di squadra: sono tutti esempi di innumerevoli fonti di piccole emozioni positive a cui attingere momento per momento, ogni giorno della nostra vita.
5) La soddisfazione di vita: è l'ultimo aspetto del costrutto della felicità e riguarda la nostra realizzazione personale, ciò per cui ci sentiamo importanti e dove possiamo ottenere traguardi, piccoli o grandi che siano. Realizzarsi nello studio, nel lavoro, nel creare una famiglia, nel fare volontariato, nel viaggiare, nel migliorare la vita degli altri esseri umani o esseri viventi, nel fare politica o comunicazione, nel fare scienza. Ognuno di noi può trovare il suo scopo e inseguirlo con tenacia e passione, rendendo la propria vita densa di significato, una vita densa di felicità.
Questo è il Modello PERMA di Martin Seligman, che io condivido a pieno e che ho voluto descriverle per aiutarla a ridefinire il suo pensiero sulla felicità.
Spero di aver aperto un po' il suo focus sull'argomento e averla incuriosita ad approfondire queste tematiche.
Se vuole, può inviarmi i suoi feedback, sarò lieto di risponderle.
Un caro saluto, Dott. Antonio Cortese
La felicità è un concetto che spesso viene definito in modi diversi da persona a persona. Per me, la felicità è fatta di attimi di dimenticanza, di momenti in cui siamo immersi completamente in ciò che stiamo facendo e non ci preoccupiamo di nulla altro. Credo che il percorso di vita debba essere misurato non in termini di tempo, ma di trasformazioni. Ognuno di noi cerca la propria strada e il proprio cambiamento, qualcosa che ci rappresenti. In questo cammino, è importante essere autentici con se stessi e non cercare di essere qualcun altro. Anche se la felicità può sembrare effimera e la sofferenza può sembrare durare più a lungo, non è perché la sofferenza è un sentimento più forte, ma forse perché spesso si cresce di più durante i momenti difficili. È fondamentale prendersi cura di se stessi e non cercare la felicità negli altri, ma imparare ad essere felici con ciò che si ha e chi si è.Un caro saluto, Dott.ssa Klarida Rrapaj
Salve, il tema da lei affrontato è un tema comune a tutti ed è un tema per nulla banale. Ritengo che la sede più adatta possa essere un luogo protetto come quello di uno studio o di una seduta psicologica, dove poter affrontare tutti i casi in cui si percepisce triste. Per darle una risposta, le faccio una metafora molto semplice, quella del bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto. La cosa fantastica della nostra vita è che siamo noi a decidere se vederlo pieno o vuoto, quindi siamo noi a decidere se soffermarci sulla gioia del gelato appena gustato o sul dispiacere di averlo finito. Se ha piacere di approfondire queste questioni, sono a disposizione.
Gentile utente buongiorno, grazie per la riflessione che ha portato, è sicuramente molto importante. Proprio appena prima di leggere le sue parole mi è capitato di leggere uno scritto di Thourea, che le lascio: "La felicità è come una farfalla: più la rincorri, più ti sfugge. Ma, se sposti l'attenzione su altre cose, verrà a posarsi dolcemente sulla tua spalla". Rimango disponibile nel caso volesse approfondire. Nel frattempo la saluto cordialmente, dott.ssa Arianna Broglia
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Salve,
Innanzitutto le rispondo con una curiosità che mi è venuta appena ho letto il suo messaggio: come mai usa aggettivi così categorici nel descrivere aspetto felici e di sofferenza della vita? Come ha giustamente sottolineato, la sofferenza e la felicità sono legate alla soggettività dell'individuo e dunque sarei curiosa di sapere cosa per LEI è la felicità e cosa la sofferenza.
A livello diagnostico le direi che se la sofferenza ha una valenza clinicamente significativa e che si espande in quasi tutte le aree di vita di un soggetto, dovrebbe essere posta in esame da specialisti.
A livello di riflessione le vorrei dire che tutte le emozioni hanno un significato evolutivo: per esempio la paura aiuta a mettere in atto comportamenti di attacco o di fuga da un pericolo. Così anche la sofferenza e la tristezza: questa ci aiuta a rigenerarci, a prenderci un momento per "ricaricare le batterie" e poter accogliere i nuovi obbiettivi di vita e le nuove esperienze. Tutte le emozioni, con il dovuto equilibrio, hanno un significato e, mi piacerebbe di nuovo sottolinearlo, personale e soggettivo. Se mai volesse approfondire tali temi mi rendo disponibile. Un saluto, dottoressa Alessandra Carabba
Innanzitutto le rispondo con una curiosità che mi è venuta appena ho letto il suo messaggio: come mai usa aggettivi così categorici nel descrivere aspetto felici e di sofferenza della vita? Come ha giustamente sottolineato, la sofferenza e la felicità sono legate alla soggettività dell'individuo e dunque sarei curiosa di sapere cosa per LEI è la felicità e cosa la sofferenza.
A livello diagnostico le direi che se la sofferenza ha una valenza clinicamente significativa e che si espande in quasi tutte le aree di vita di un soggetto, dovrebbe essere posta in esame da specialisti.
A livello di riflessione le vorrei dire che tutte le emozioni hanno un significato evolutivo: per esempio la paura aiuta a mettere in atto comportamenti di attacco o di fuga da un pericolo. Così anche la sofferenza e la tristezza: questa ci aiuta a rigenerarci, a prenderci un momento per "ricaricare le batterie" e poter accogliere i nuovi obbiettivi di vita e le nuove esperienze. Tutte le emozioni, con il dovuto equilibrio, hanno un significato e, mi piacerebbe di nuovo sottolinearlo, personale e soggettivo. Se mai volesse approfondire tali temi mi rendo disponibile. Un saluto, dottoressa Alessandra Carabba
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Buonasera. Ho trovato molto interessante la sua riflessione: perchè non interrogare di più questo desiderio?
Cordialmente.
Greta Tovaglieri
Cordialmente.
Greta Tovaglieri
L'opinione sull'esistenza umana è soggettiva, cioè è una sua percezione. Intendo dire che altre persone possono avere percezioni diverse. Se questa percezione inficia la qualità della sua vita, sarebbe opportuna lavora per cambiare questa percezione.
Gentile utente, grazie per aver condiviso con noi queste interessanti riflessioni. In effetti sono questioni sconfinate, filosofiche, esistenziali e probabilmente decisamente soggettive. La felicità in sé non può che durare pochi attimi, la tristezza spesso molto di più, ma probabilmente ciò che sarebbe da ricercare e da augurarsi è la quiete che può diventare uno stato di maggior benessere anche rispetto alla felicità stessa. Naturalmente non possiamo essere sempre padroni delle nostre emozioni e dei nostri vissuti ma sicuramente possiamo orientare le scelte al fine di incanalare le energie nell'ottica che più si confà a noi stessi!
Dott.ssa Sofia Bonomi
Dott.ssa Sofia Bonomi
La vita è un'esperienza complessa e sfaccettata che comprende sia momenti di felicità che di sofferenza. La sofferenza e la sfida possono fornire opportunità di crescita personale, resilienza e apprezzamento per i momenti di gioia. La felicità non è un obiettivo costante, ma può essere trovata nelle piccole esperienze quotidiane, nelle relazioni significative e nella realizzazione di obiettivi personali. Il senso della vita può variare da persona a persona, ma spesso deriva dalla ricerca di significato, connessione e realizzazione personale.
Gentile,
La sua mi sembra una domanda importante. La felicità o l'infelicità, al di là degli eventi di vita, sono strutturate dentro di noi da pensieri ed emozioni che costruiamo e percepiamo. Penso sia utile poter approfondire in seduta come l'infelicità possa essere costruita cognitivamente e percepita conseguentemente. Al fine di poter destrutturare questi processi e migliorare la qualità della propria vita.
La sua mi sembra una domanda importante. La felicità o l'infelicità, al di là degli eventi di vita, sono strutturate dentro di noi da pensieri ed emozioni che costruiamo e percepiamo. Penso sia utile poter approfondire in seduta come l'infelicità possa essere costruita cognitivamente e percepita conseguentemente. Al fine di poter destrutturare questi processi e migliorare la qualità della propria vita.
Gentile utente, è molto interessante la sua domanda, è importante interrogarsi sulla vita, basta che questo non diventi poi invalidante nel quotidiano. Le capita anche per altro? Se è curioso di approfondire la questione sono disponibile ad aiutarla, dott.ssa Nunzia Giustiniani
Credo che sia una domanda che ci poniamo tutti noi esseri umani e ognuno dà risposte differenti e uniche, in base alla propria esperienza.
E' vero, la vita spesso ci mette a dura prova, ma noi come decidiamo di reagire? Anche a questa domanda ognuno risponde in modo unico. A volte bisogna provare a guardare le cose anche con un altro punto di vista per non ancorarci solo a ciò che succede, ma a ciò che decidiamo di fare e di essere nonostante la vita non sia sempre rose e fiori (anche se mi soffermerei più sulle rose che sulle spine).
Grazie di aver aperto questo dibattito interessante.
E' vero, la vita spesso ci mette a dura prova, ma noi come decidiamo di reagire? Anche a questa domanda ognuno risponde in modo unico. A volte bisogna provare a guardare le cose anche con un altro punto di vista per non ancorarci solo a ciò che succede, ma a ciò che decidiamo di fare e di essere nonostante la vita non sia sempre rose e fiori (anche se mi soffermerei più sulle rose che sulle spine).
Grazie di aver aperto questo dibattito interessante.
Salve, la sua riflessione è profonda e tocca questioni esistenziali che molti si pongono nel corso della vita. Mi sembra che il punto centrale delle sue domande sia il rapporto complesso tra felicità, desiderio, sofferenza e il senso stesso della vita. Quello che descrive è un pensiero che richiama alcune delle grandi scuole filosofiche, come quella di Schopenhauer, che ha analizzato in modo simile il legame tra il desiderio, l'appagamento momentaneo e il ritorno alla sofferenza o all'insoddisfazione. Da un punto di vista psicologico, posso dirle che la sofferenza e la sopportazione non solo fanno parte dell'esperienza umana, ma possono anche essere vissute come strumenti di crescita e trasformazione. È vero, come dice, che la felicità sembra spesso effimera, come un lampo che appare e svanisce, mentre la sofferenza sembra più costante. Tuttavia, questa percezione è in parte legata al modo in cui la mente umana funziona: siamo programmati per essere attenti ai problemi, ai pericoli, a ciò che ci manca, più che a ciò che ci rende felici. Questo ha radici evolutive: per i nostri antenati era più utile concentrarsi su ciò che poteva andare storto piuttosto che su ciò che andava bene, per poter sopravvivere. Ma ciò non significa che la felicità non possa essere coltivata o che la sofferenza debba essere semplicemente accettata come un dato inevitabile. In realtà, gran parte del lavoro terapeutico in psicologia si basa sull'aiutare le persone a modificare il loro rapporto con queste emozioni. Non possiamo eliminare del tutto la sofferenza, né sarebbe utile, perché essa ha spesso una funzione: ci insegna, ci avvisa, ci guida verso un cambiamento. Ma possiamo imparare a darle un significato diverso e a coltivare la capacità di trovare gioia nelle piccole cose, anche quando la felicità sembra fuggevole. Un aspetto interessante della sua riflessione riguarda il desiderio e il suo ruolo nella nostra vita. È vero che il desiderio ci spinge avanti, creando spesso una sensazione di insoddisfazione cronica. Tuttavia, questo meccanismo non è necessariamente negativo: è ciò che ci motiva a creare, a costruire relazioni, a esplorare. Il trucco sta nel non farsi dominare dal desiderio, nel non dipendere esclusivamente dal suo appagamento per sentirsi vivi. Coltivare la consapevolezza, ad esempio attraverso tecniche come la mindfulness, può aiutarci a vivere nel presente, apprezzando ciò che abbiamo senza essere costantemente proiettati verso ciò che manca. La vita, in fondo, non è fatta solo di momenti straordinari di felicità o di grandi dolori, ma di un'infinita gamma di esperienze che possiamo imparare a interpretare e vivere con maggiore equilibrio. Anche l'idea che lei ha espresso, secondo cui la sofferenza e la felicità sono intrinsecamente legate, è molto vera: spesso è proprio grazie alla sofferenza che riusciamo a riconoscere e apprezzare la felicità quando arriva. Non voglio banalizzare la complessità della sua riflessione con una risposta che sembri una formula risolutiva, perché non esistono risposte semplici a domande così profonde. Ma quello che posso dirle è che la chiave sta nel modo in cui ci rapportiamo alle esperienze della vita: accettando che il dolore esiste, ma imparando a trovare uno scopo personale, che sia nel legame con gli altri, nell’espressione di sé o in qualcosa di più grande. Le sue domande mostrano che è una persona che riflette profondamente e cerca un senso: questo è già un passo verso una vita piena di significato, nonostante le difficoltà. Se avverte che queste riflessioni le pesano o la portano a sentirsi bloccata, potrebbe essere utile esplorarle in uno spazio sicuro, come quello di un percorso terapeutico, per trovare un nuovo equilibrio tra le sue emozioni, i suoi pensieri e il modo in cui vive la sua quotidianità. Cari saluti. Dott. Andrea Boggero
Gentilissima, la domanda è molto intelligente, ma anche molto filosofica. D'altro canto, un numero infinito di persone, per non dire di artisti, pensatori, filosofi, si sono posti domande analoghe. Domandarsi sul senso della vita è molto interessante, però ci aiuta a stare meglio? Forse no. Del resto la filosofia buddista ha sempre affermato che la vita è sofferenza, e l'unico modo saggio per vivere è di non attaccarsi a nulla, materiale o immateriale, perché appunto può deteriorarsi o lo possiamo perdere. E poi: compriamo una casa e il giorno dopo ne vediamo una più bella, e così via. L'unica soluzione è di cercare di godere il momento presente. Esiste un importante filone di terapia che si chiama ACT, sigla che tradotta in italiano suona come terapia dell'accettazione e dell'impegno. Accettare ciò che non possiamo cambiare, impegnarsi invece dove possiamo per raggiungere una miglior soddisfazione. Sembra banalissimo, eppure per divenire terapista ACT bisogna studiare molto. Io lo sto facendo. Se lo desiderà troverà in rete notizie e libri sull' "Acceptance and commitment therapy". Spero di averle risposto. Dr. Tacchini
Gentile utente rispondo alla sua lettera filosofica con molto entusiasmo. E' vero nella vita ci sono molti momenti difficili e dolorosi ma....se si possiede la "formula" per affrontare le difficolta' e i dolori .....tutto e' molto piu' vivibile . Un po' come in matematica ,quando si studiano le teorie e le formule, gli esercizi diventano tutti risolvibili, non trova????
Se volesse intraprendere un percorso di consapevolezza e sostegno psicologico ,sarei lieta di accompagnarla.
Resto a disposizione e la saluto cordialmente
Dott.ssa Adriana Gaspari
Se volesse intraprendere un percorso di consapevolezza e sostegno psicologico ,sarei lieta di accompagnarla.
Resto a disposizione e la saluto cordialmente
Dott.ssa Adriana Gaspari
Salve, lei si sta interrogando su temi fondamentali legati al significato dell’esperienza di vita. Si chiede come dare senso alle sofferenze che accompagnano il nostro percorso, come ricavare momenti di felicità e cosa significhi davvero ‘felicità’, così spesso associata al soddisfacimento di bisogni mai pienamente appagati, a desideri che sempre si rinnovano.
Come giustamente lei dice, la felicità è un’esperienza soggettiva, nel senso che siamo noi ad attribuire valore e significato alle nostre esperienze. Possiamo sentirci “felici” per avere ricevuto una gratificazione esterna: un buon voto a scuola, la promozione al lavoro, il successo sociale…Ma, come osserva lei, ciò che ci arriva da fuori può, allo stesso modo, finire, cambiare. Al contrario, tutto ciò che ci appaga perché semplicemente ci piace, ci fa “stare bene”, ci completa, può trovare spazio anche nei periodi difficili.
Capisco che soffermarsi su questi pensieri possa a volte far percepire il peso della sofferenza più della leggerezza della felicità. Se lo desidera, potremmo riflettere insieme su cosa queste osservazioni rappresentano per lei in questo momento, e su come riconoscere e valorizzare i momenti che le danno più senso e sollievo.
Come giustamente lei dice, la felicità è un’esperienza soggettiva, nel senso che siamo noi ad attribuire valore e significato alle nostre esperienze. Possiamo sentirci “felici” per avere ricevuto una gratificazione esterna: un buon voto a scuola, la promozione al lavoro, il successo sociale…Ma, come osserva lei, ciò che ci arriva da fuori può, allo stesso modo, finire, cambiare. Al contrario, tutto ciò che ci appaga perché semplicemente ci piace, ci fa “stare bene”, ci completa, può trovare spazio anche nei periodi difficili.
Capisco che soffermarsi su questi pensieri possa a volte far percepire il peso della sofferenza più della leggerezza della felicità. Se lo desidera, potremmo riflettere insieme su cosa queste osservazioni rappresentano per lei in questo momento, e su come riconoscere e valorizzare i momenti che le danno più senso e sollievo.
Mi colpisce come, parlando della vita, Lei metta al centro il tema della sofferenza e del desiderio che non si placa. Sembra che Lei stia cercando non solo una spiegazione, ma anche un senso emotivo a questa esperienza di fondo: perché la vita, pur essendo considerata preziosa, si accompagna così spesso al dolore, alla mancanza, alla frustrazione.
È un modo molto profondo e maturo di interrogarsi sull’esistenza: Lei sta descrivendo ciò che molti filosofi e psicologi considerano una dinamica intrinseca alla condizione umana — il fatto che il desiderio non si esaurisca mai, e che a ogni appagamento segua inevitabilmente un nuovo bisogno.
In questa Sua riflessione sembra emergere un vissuto di fatica: come se la vita fosse percepita più come uno sforzo da sostenere che come un luogo in cui trovare continuità di piacere. Mi chiedo che cosa significhi per Lei sentire la felicità come qualcosa di così breve e fragile, mentre la sofferenza sembra apparire come lo sfondo costante.
Forse dentro questa domanda c’è anche un Suo modo di vivere le emozioni: un’attenzione particolare per ciò che manca, per ciò che finisce, per ciò che non resta. E questo non è “sbagliato”: spesso deriva da esperienze precoci in cui la felicità non è mai sembrata del tutto sicura, mentre la mancanza o la fatica erano più familiari.
Potremmo esplorare insieme non solo il significato generale del dolore nella vita, ma soprattutto ciò che rappresenta per Lei. Che relazione ha con la sofferenza? E con la possibilità di provare piacere senza la paura che finisca?
A volte non si tratta tanto di capire “perché la vita è così”, ma di comprendere come ognuno di noi impara a stare in ciò che la vita porta, e quali parti della nostra storia personale colorano il modo in cui guardiamo al mondo.
È un modo molto profondo e maturo di interrogarsi sull’esistenza: Lei sta descrivendo ciò che molti filosofi e psicologi considerano una dinamica intrinseca alla condizione umana — il fatto che il desiderio non si esaurisca mai, e che a ogni appagamento segua inevitabilmente un nuovo bisogno.
In questa Sua riflessione sembra emergere un vissuto di fatica: come se la vita fosse percepita più come uno sforzo da sostenere che come un luogo in cui trovare continuità di piacere. Mi chiedo che cosa significhi per Lei sentire la felicità come qualcosa di così breve e fragile, mentre la sofferenza sembra apparire come lo sfondo costante.
Forse dentro questa domanda c’è anche un Suo modo di vivere le emozioni: un’attenzione particolare per ciò che manca, per ciò che finisce, per ciò che non resta. E questo non è “sbagliato”: spesso deriva da esperienze precoci in cui la felicità non è mai sembrata del tutto sicura, mentre la mancanza o la fatica erano più familiari.
Potremmo esplorare insieme non solo il significato generale del dolore nella vita, ma soprattutto ciò che rappresenta per Lei. Che relazione ha con la sofferenza? E con la possibilità di provare piacere senza la paura che finisca?
A volte non si tratta tanto di capire “perché la vita è così”, ma di comprendere come ognuno di noi impara a stare in ciò che la vita porta, e quali parti della nostra storia personale colorano il modo in cui guardiamo al mondo.
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